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Fallimento imprenditore - Mancato versamento IVA - Responsabilità

La Corte di Cassazione, sezione III penale, con sentenza n. 39082 del 23 settembre 2013 (udienza 9 aprile 2013), ha affermato interessanti principi circa le conseguenze del mancato pagamento dell’imposta sul valore aggiunto da parte del debitore dichiarato fallito vagliando un’ordinanza del Tribunale della libertà di Pesaro.

La vicenda riguardava un imprenditore che, in concorso con il liquidatore della società, aveva omesso di versare l’IVA relativa all’anno 2009 entro il prescritto termine del 27 dicembre 2010, data nella quale l’imprenditore era cessato dalla carica di amministratore della società che era stata poi dichiarata fallita.

La sentenza contiene un interessante riepilogo della normativa di cui al d.lgs. 10 marzo 2000 n. 74 e, segnatamente dell’art. 10-ter, che sanziona chi, essendovi tenuto, non versi l'imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell'acconto relativo al periodo d'imposta successivo. In proposito, la sentenza rammenta che l’art. 10-ter, d.lgs. 74/2000 e succ. mod. “ha inteso quindi perseguire il comportamento del soggetto che non versa l'IVA dichiarata a debito in sede di dichiarazione annuale ed il reato si consuma alla scadenza del termine previsto per il versamento dell'acconto relativo al periodo d'imposta successivo. Si tratta di un reato proprio, riferibile al destinatario dell'obbligo, titolare della posizione di garanzia; peraltro poiché è un reato omissivo istantaneo sottoposto all'adempimento di un obbligo entro un termine, è a tale momento che deve aversi riferimento per determinare il fatto consumativo”.

Tuttavia, poiché alla data del 27 dicembre 2010 si era perfezionata la fattispecie e il ricorrente, a quel tempo, era già stato dichiarato fallito e i poteri gestori dell'impresa erano transitati nelle mani del curatore fallimentare, l’amministratore della società “non avrebbe potuto adempiere più a tale obbligo, né l'ordinanza impugnata” del Tribunale della libertà di Pesaro ha evidenziato altri specifici elementi probatori, raccolti durante le indagini fino a quel momento svolte, dai quali desumere che la pregressa gestione fosse stata volta all'evasione dell'IVA, ed a tale scopo fossero indirizzati i mancati accantonamenti ai quali l'ordinanza fa generico cenno … di talché l'omissione del versamento alla scadenza, potesse essere ricondotto al … o al liquidatore (che peraltro risulta aver rivestito tale carica dal 26 aprile al 5 ottobre 2010 e non si sa se abbia trovato in cassa le somme destinate al versamento annuale dell'Iva), i quali, in tal modo, avrebbero determinato il curatore all'omissione del versamento ex art. 48 c.p.” (ossia per l’errore determinato dall’altrui inganno).

Dunque, conclude la sentenza, “seppure risulterebbe davvero paradossale che il fallimento del debitore d'imposta possa evitare la sanzione penale (che potrebbe essere connessa all'omissione del versamento da parte di altro soggetto, attraverso l'imputazione ex art. 48 c.p.) diversamente da quello che accade per il debitore in bonis (che, ad esempio, abbia solo versato con ritardo danaro acquisito in conto dell'Erario), tuttavia, la mancanza nella specie di elementi che chiariscano quale fosse lo stato della cassa nei tre passaggi successivi (amministratore, liquidatore, curatore fallimentare) rende del tutto carente l'ordinanza impugnata e ne esige l'annullamento senza rinvio, con conseguente annullamento del decreto di sequestro preventivo e restituzione dei beni all'avente diritto, salve le future determinazioni dell'autorità giudiziaria”.

Roma, 9 ottobre 2013